Britney Spears Glory

“Glory”: la rivincita musicale (e vocale) di Britney

Ragionando per metafore scientifiche (e discografiche), cosa accadrebbe se l’album di Britney Spears Blackout del 2007 decidesse di avere un figlio con Femme Fatale del 2011 (vale a dire con la sua controparte diurna), scegliendo però la via della fecondazione assistita e contando sull’aiuto, determinante, della sempre fertilissima linfa di In The Zone (2003)? La risposta a questa domanda sarebbe di una sola parola, e dal punto di vista semantico implicherebbe temi come l’autocelebrazione, la rinascita e il ritorno sulle scene in pompa magna: Glory.

Britney Spears Glory
Britney Spears, cover dell’album “Glory”

È proprio questo il titolo che Britney Spears ha voluto dare al suo attesissimo e agognato nono album in studio, in vendita da oggi su formato sia fisico che digitale e in versione Standard e Deluxe. Un disco, Glory, la cui genesi ha richiesto più di un anno prima che una direzione musicale ben precisa da seguire venisse stabilita (anche a discapito di esperimenti fallimentari) e si operasse una cernita tra le svariate canzoni registrate per dare forma e sostanza al progetto.

Malgrado la nebulosità della situazione iniziale, uno scopo è ad ogni modo rimasto fermo fin dal principio: evitare, nella maniera più assoluta, di ripetere lo sbaglio commesso con l’LP precedente, quel tanto odiato quanto criticato Britney Jean del 2013, annunciato come l’opus più intimistico (ipsa dixit) della principessa del pop e rivelatosi, al contrario, la presa in giro più eclatante della storia della musica odierna, oggetto di una grave controversia relativa alla predominanza vocale della soundalike Myah Marie su gran parte dei brani in esso contenuti. Esiliata dunque la Marie nella più remota delle galassie esistenti, questo nuovo album è davvero tutto, interamente cantato dalla Spears: a supportare Britney in alcune delle canzoni c’è giusto qualche corista ligia al proprio ruolo, ma per il resto Miss American Dream si è impegnata in prima persona pur di esorcizzare l’incubo piombato sul suo fandom due anni prima. Come riscattarsi in modo tale da riacquistare la stima persa? Semplice, chiedendo aiuto a una che di fiuto ne ha parecchio nello stanare potenziali hits, la leggendaria Karen Kwak, nota alle cronache per aver diretto il processo creativo di The Emancipation Of Mimi (2005) di Mariah Carey e, soprattutto, per aver sfoderato tutte le armi a propria disposizione affinché ad un’ancora acerba Rihanna venisse concesso di registrare Umbrella nel 2007.

Con a capo la Kwak, il compartimento A&R della Sony ha per prima cosa evitato di affollare il progetto Glory di troppi autori e, così, per creare dei brani dalle tracce strumentali proposte dai diversi produttori in attesa di responso, sono stati approcciati due nomi che nell’ultimo anno si sono fatti strada in modo abbastanza repentino nel panorama mainstream, Justin Tranter e Julia Michaels, coppia di parolieri e melodisti (topliners, per dirla all’inglese) che ha dominato di recente la Hot 100 di Billboard con pezzi pubblicati da Selena Gomez, Gwen Stefani e Justin Bieber e che si è occupata di trovare il giusto connubio fra musica e testo affiancando e seguendo Britney in ogni fase della scrittura e firmando ben 7 dei brani inclusi nella tracklist finale. A chiudere il cerchio ci ha pensato inoltre uno dei migliori produttori vocali che siano attualmente in circolazione, Mischke Butler, grazie a cui la voce della popstar è riuscita ad esplorare tonalità (e timbriche) alternative e a toccare note abbandonate da tempo, evitando di trasformarsi nel droide di It Should Be Easy brevettato, all’epoca, da will.i.am e dal suo protégé Anthony Preston. Nonostante qualche manciata di autotune e di Melodyne sparsa qua e là sia innegabile, la performance canora nei nuovi pezzi, tutto sommato, suona decisamente meno processata, più tendente al naturale.

Noi di PopSoap abbiamo ascoltato la versione Deluxe dell’album, e questa è la nostra recensione.

L’incedere cupo e sinistro di un synth bass per il quale gente come The Weeknd pagherebbe oro, se non di più, guida le strofe in falsetto di Invitation, la canzone che apre il disco: il mood è pregno di intrigo, evocativo, e ha come scopo quello di dare inizio al viaggio aurale con le carezzevoli armonie di un R&B/pop onirico che risplende nel ritornello (’Here’s my invitation, baby, hope it sets us free / To know each other better, put your love all over me’). Make Me…, il primo singolo, rappresenta un’ottima prosecuzione dell’atmosfera sognante introdotta da Invitation e abbiamo avuto modo di dire tutto quello che pensiamo in proposito qui. Glory, tuttavia, dimostra di non disdegnare quelli che sono gli ultimi trend in ambito musicale, e così tracce come Just Luv Me e Better diventano la personale interpretazione, da parte della Spears, delle sonorità esotiche che ormai contaminano buona parte dei pezzi in classifica, attraverso marimbe, steel drums e sintetizzatori rimbalzanti che seguono alla lettera (specie nel caso di Better) crismi e formule dettate da quell’ibrido vincente fra moombahton e tropical house che è Lean On dei Major Lazer.

La fluidità di Man On The Moon, il pezzo senza dubbio più zuccheroso e safe del disco assieme al trionfo anni ’90 che è Hard To Forget Ya, si oppone poi a quell’ultimo afflato di EDM presente in Clumsy, traccia entrata un po’ a fatica nella tracklist, su sollecitazione del manager Larry Rudolph, in cui il cosiddetto beatdrop spodesta il tradizionale ritornello cantato (come la norma impone), ma risulta consistere in una sequenza synth monocorde e priva di evoluzioni (’Oops!’).

La chitarra acustica di Just Like Me, registrata in presa diretta, sposa invece la malinconia distintiva del caro vecchio electro pop europeo, percepibile in ogni dettaglio e nota che compone l’incantevole (quanto dolceamaro) inciso della canzone, incentrata sulla scoperta di un tradimento amoroso (’She looks just like me, just like me / No, I just can’t believe’). Qui Britney è sola, tutte le parti sono cantate da lei, nessuna session vocalist di supporto.

Slumber Party e Love Me Down vedono la regina incontrastata del playback cavalcare gli accordi in pizzicato tipici del reggae giamaicano e della dancehall mista ad accenni trap/electro, due generi con cui la popstar non ha mai flirtato appieno finora: il risultato si rivela tremendamente orecchiabile, con testi che inneggiano al divertimento più scanzonato (’We use our bodies to make our own videos / Put on our music that makes us go fucking crazy, oh / Go crazy, oh, like a slumber party’).

La malizia del dance/pop spagnoleggiante di Change Your Mind (No Seas Cortés) ci ricorda poi quanto Britney sia impeccabile nel donare al proprio repertorio un sano tocco di frivolezza bionda e dannatamente camp, esattamente come accade con l’ammiccante Do You Wanna Come Over?, una sorta di incrocio fra il riff di Like I Love You di Justin Timberlake e il vibe di I’ve Just Begun (Having My Fun) dall’album In The Zone, distinto da un basso elettronico che borbotta in sottofondo e tenta di prevalere sul mix, una synth line che squittisce in più punti vivacizzando la base musicale e motivi contagiosi che rendono questo pezzo la quintessenza del radio friendly, malgrado non abbia un ritornello propriamente detto. Ma è alla frizzantissima If I’m Dancing che spetta il primato come perla più bislacca del disco: un caotico vortice di suoni robotici, campionamenti vocali tartaglianti e percussioni dal ritmo frenetico che accompagnano i falsetti soavi di Britney e cesellano una produzione che, in buona sostanza, emula l’insanità del fenomeno PC Music. La triade Liar/Private Show/What You Need è emblematica di quell’approccio alternativo di cui abbiamo parlato più sopra, che vede la Spears cimentarsi in timbriche e tonalità inconsuete che ben si adattano al graffio del jazz e del retro funk, nonché alle sonorità jungle. A svelare, infine, un’altrettanto inaspettata sfumatura hypno/indie è Coupure Électrique, piacevole ninnananna erotica dal beat claudicante, cantata in francese, che chiude il disco con la medesima delicatezza sospirata dell’apertura (’J’oublie le monde, quand tu fais, fais moi l’amour, mon amour’).

Tutto ciò è Glory, una raccolta ’artsy fartsy’ di 17 inediti in cui le pretese autobiografiche scompaiono a vantaggio di quella sensualità, di quel disimpegno e di quel brìo spregiudicato che la musica pop ha pur sempre il sacrosanto diritto di ostentare, con una Britney Spears risorta sia mentalmente che fisicamente che torna a brillare a dispetto di quel circo illusorio, popolato di iene spietate, che nove anni fa si divertiva ad assistere alla televisizzazione del suo (momentaneo) declino.

Glory è attualmente scaricabile da iTunes e altre piattaforme digitali su etichetta Sony/RCA.

 

Francesco Cappellano

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