Il Cile: «Il mio brindisi alla vita aspettando una nuova alba»

Il Cile, cover de "In Cile Veritas"
Il Cile, cover de “In Cile Veritas”

A due anni dal disco d’esordio Siamo morti a vent’anni e la partecipazione nel 2013 al Festival di Sanremo (Premio Assomusica e Premio Sergio Bardotti come miglior testo per Le parole non servono più nella categoria Giovani), Lorenzo Cilembrini, in arte Il Cile, ha pubblicato lo scorso 2 settembre il nuovo album In Cile Veritas (Universal Music). Dieci brani inediti che confermano la sua capacità di descrivere inquietudini e paure di una generazione smarrita e priva di punti di riferimento.Sono la lametta che apre in due la canzone tutta italiana” cantava nel 2012 e ora, da quel taglio, zampillano gocce di vino con cui vuole brindare alla vita con più ottimismo. “A volte per sorridere, altre per dimenticare”, ha rivelato il cantautore a PopSoap presentando il disco.

Con il nuovo album In Cile Veritas torni a fotografare la tua generazione, definita “una tribù che traballa” nel primo singolo Sole cuore alta gradazione. In questi due anni hai colto sfumature inedite nei tuoi coetanei o la foto è pressoché identica?
In questo lasso di tempo ho colto sempre una sensazione di precarietà emotiva, economica, mentale, sociale e culturale. Allo stesso tempo però anche un forte desiderio di rivalsa, che ho provato a esprimere in senso positivo chiudendo l’album con Un’altra aurora, un inno a cercare una nuova alba che prima o poi arriverà.

Proprio Un’altra aurora getta uno sguardo più positivo sull’amore rispetto alle altre tracce. Dato che chiude il disco, vuol far presagire un futuro più sereno, anche a livello personale?
Sicuramente. In questo album si respira un’aria più positiva, la rabbia è più malinconica e meno vivida; attraverso la metafora della sfera amorosa volevo inneggiare a coloro che mi ascoltano e invitarli a rialzarsi dalle proprie difficoltà.

Merito anche del vino?
La metafora alcolica è intesa come evasione dagli schemi quotidiani che possono diventare pesanti e opprimenti. È anche una provocazione: sono toscano, vengo dalla campagna e conosco bene la vendemmia (ammette col sorriso sulle labbra, ndr). Uno dei miei titoli preferiti di Zucchero è Oro, incenso e birra e mi piaceva riportare questa chiave ironica legata all’evasione etilica.

Hai dichiarato che nel disco la tematica del bere torna diverse volte più come modo per proteggersi che per distruggersi. In che senso?
Ho notato ad album finito che c’era spesso questa metafora. L’album non è un inno all’ebbrezza, ma un ritaglio di quella che era la mia vita quando l’ho composto. Mi ero reso conto che in quel momento cercavo un’evasione proprio perché traballavo dal punto di vista emotivo, ed è una cosa che succede a tanti ragazzi, però ovviamente le grandi decisioni della vita si prendono da lucidi e mai in preda a un crollo delle inibizioni.

Accanto a testi crudi spiccano anche quelli intrisi di ironia. È l’altra arma a cui ricorri per decifrare la realtà e te stesso?
Sì, anche perché uno dei miei idoli è Rino Gaetano che con l’ironia ha creato dei piccoli capolavori, e poi la satira è connaturata al mio DNA toscano quindi è venuto naturale includere anche questo aspetto nell’album.

A proposito di ironia, che mi dici de L’amore è un suicidio? Hai una predilezione per i titoli forti…
Mi piace cercare il titolo e renderlo uno slogan che scuota l’ascoltatore e lo incuriosisca. In questo caso L’amore è un suicidio è una provocazione: suggerisce un pezzo criptico e pieno di ombre, in realtà è un brano up tempo che ironizza sulla dipendenza che l’essere umano ha dall’innamoramento, anche se spesso poi si fa del male.

Il disco si apre con il nuovo singolo Sapevi di me, canzone che sembra racchiudere in sé il significato pieno dell’intero progetto. È così?
Esattamente. Da una vicenda personale ho allargato l’orizzonte per capire come il diventare adulti, per tutti, sia fatto di compromessi, di ricerca dei sogni non necessariamente iperbolici ma anche concreti e quotidiani come vivere serenamente un rapporto di coppia. In più c’era questo ‘lavarsi’ dal proprio dolore che ho cercato di protrarre nel corso di tutto l’album.

Com’è nata l’idea del video?
Grazie al mio manager Marcello Venturi che, come me, si è stancato dei soliti videoclip che vedono l’uomo e la donna protagonisti in un contesto tormentato. Volevamo coinvolgere il pubblico, perciò abbiamo chiesto di mandarci foto che rappresentassero stralci del testo. Penso che il risultato riesca a fare entrare colui che guarda nelle parole del brano in maniera più efficace rispetto a una classica sceneggiatura scritta e girata.

Il tuo modo di scrivere molto sincero e basato su storie di vita vissuta ti avvicina alla sfera dell’hip hop, a cui sei legato anche da amicizie nell’ambiente. Sei d’accordo con chi sostiene che oggi i rapper siano gli interpreti migliori e più fedeli della realtà?
È un genere che ho sempre ascoltato, mi ha affascinato sin dagli anni ’90. Sono artisti che arrivano in modo molto più facile e diretto al pubblico, specialmente quello giovane, perché raccontano la vita di oggi senza edulcorazioni. Ed è quello che cerco di fare anche io, quindi in questo senso trovo una forte connessione con quell’universo.

Consigliate da PopSoap: Sapevi di me, Liberi di vivere, Parlano di te, Vorrei chiederti.

Photo Credit: Jacopo Lorenzini

Emanuele Corbo




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