Giorgio Moroder Déjà Vu

Giorgio Moroder: recensione di “Déjà Vu”

Ci sono voluti 30 anni tondi e una spinta indiretta da parte dei Daft Punk per convincerlo a tornare alla ribalta con un album di 12 inediti nuovo di zecca, ma le cose belle (come recita il detto inglese) giungono sempre a coloro che aspettano, e così è stato: esce oggi Déjà Vu (Sony Music/RCA), il nuovo opus discografico del mago della disco per eccellenza, colui che nel 1971 ha poggiato, primo tra i primi, le mani sul vecchio Moog analogico e ha cominciato a plasmare a proprio piacimento la materia germinale della musica elettronica, producendo se stesso e artisti del calibro di Donna Summer, Bonnie Tyler e Blondie e regalando all’umanità prelibatezze di cui le nuove generazioni di produttori e DJ amano ancora cibarsi: his name is Giovanni Giorgio, but everybody calls him Giorgio Moroder.

Presentato alla stampa italiana due settimane fa, durante una press conference a Milano, Déjà Vu è più che un semplice disco: è Giorgio Moroder che incontra la giovane EDM (Electronic Dance Music) e la corteggia piegandola allo charme dei suoi sintetizzatori e alle dolci regole del pop tradizionale. Un album che vanta featuring di spicco (nomi di fama mondiale si alternano a nuove promesse) e viene alla luce dopo una gestazione svoltasi quasi sempre per via telematica (tra email e cartelle zip contenenti demo, tracce vocali e file in allegato), il più delle volte senza neanche incontrare fisicamente il cantante di turno in studio, come invece era d’obbligo negli anni addietro.

Giorgio Moroder cover album
Giorgio Moroder, cover dell’album “Déjà Vu”

Ecco la nostra recensione brano per brano:

4 U With Love 
Come aprire un nuovo LP dopo tre decenni ? Semplice, dedicando agli ascoltatori qualcosa di convincente che dimostri che alla veneranda età di 75 anni si può ancora dettare legge e avere appeal a discapito di quel viscido, discriminatorio fenomeno denominato ageismo che tende a serpeggiare nel panorama musicale.
4 U With Love è un prologo in cui, al pari di un alchimista, Moroder miscela scaltramente le sonorità distintive della synth disco anni ’70 con quelle più pesanti e ravey della moderna EDM. La conduzione della base è affidata, non a caso, a una synth line che ricorda molto da vicino quella usata dal DJ/producer svedese Avicii in Lovers On The Sun di David Guetta, ma il vibe rimane classico, sognante.

Déjà Vu (featuring Sia)
Terzo estratto dall’album, nonchè title track, Déjà Vu è disco/funk allo stato puro e immacolato, tendente al retrò, esaltato dalla ricerca intenzionale di un suono più organico e meno elettronico di quello che ascolteremo nei brani a seguire.
Riff di chitarra degni di Nile Rodgers e, soprattutto, archi campionati dal suono celestiale rappresentano la colonna portante di questo singolo, assieme alle acrobazie melodiche di una vocalist d’eccezione: Sia Furler, la penna più prolifera del music business dal 2012 a questa parte, reduce dal successo del suo sesto disco 1000 Forms Of Fear, che interpreta il brano (da lei scritto) con la solita, personalissima timbrica che la rende riconoscibile all’istante.

Diamonds (featuring Charli XCX)
Chi risente in questo pezzo qualche eco da True Romance non si sbaglia. Originariamente scritto quando un’ancora sconosciuta Charlotte Emma Aitchison era una teenager e lavorava al suo primo album in Svezia, durante la medesima session in cui compose I Love It (ceduta poi alle Icona Pop), il brano ha riposato per lungo tempo negli archivi del portatile personale della cantautrice, finché Giorgio e la Sony non le hanno proposto di partecipare al progetto Déjà Vu.
Onorata dell’invito ricevuto, Charli spedisce l’acapella del demo iniziale a Moroder e ai suoi collaboratori (dando loro carta bianca per la nuova base da costruire attorno), ne reincide alcune parti su richiesta e permette così a Diamonds di resuscitare in tutta la gloria della sua versione finale, che vede l’ugola d’oro del punk pop scontrarsi con una produzione hardcore vagamente influenzata dalla techno industriale di matrice tedesca e dalla nuda e cruda elettronica norvegese.
Scandita da una voce computerizzata che ne recita il titolo, la traccia è guidata dal prominente ronzìo di una bassline dal suono cupo e distorto, che si espande e si ritrae per tutta la durata della canzone, e da percussioni uptempo che raggiungono l’apice del piacere uditivo nel ritornello, adrenalinico e catchy come pochi oggigiorno.

Don’t Let Go (featuring Mikky Ekko)
Questo pezzo rientra appieno in quello che nel 2010, a proposito del suo album Aphrodite, la star australiana Kylie Minogue chiamò emotopop.
Più che un genere, un preciso modo di creare musica, sintetizzando suoni che provochino nell’animo un sentimento strano, di malinconia mista a gioia: Don’t Let Go è esattamente questo, una ballata dancey sulla scìa dei remix curati dai Freemasons per gli Hurts, elevata al cubo da un emozionale turbinìo di synth che avvolge l’inciso e dal pathos che colora la voce di Mikky Ekko.

Right Here, Right Now (featuring Kylie Minogue)
Un synth che lampeggia a intermittenza (per trovare il quale il nostro Giorgio e i suoi collaboratori si sono barcamenati per un bel po’ tra Pro Tools e altri programmi digitali) riproduce le prime note della collaborazione con l’incontrastata diva del dance/pop Kylie Minogue in Right Here, Right Now, di cui abbiamo minuziosamente parlato in un precedente articolo.
Registrato e ultimato tra Londra, Amburgo e Los Angeles, nonché impreziosito da giri di chitarra funkeggianti e da una corposa bassline robotica (mutuata dalla sempreverde french house dei Daft Punk), questo secondo singolo da Déjà Vu si rivela un piacevole esempio di disco music moderna, in cui la quintessenza vocale della Minogue e il ringiovanito sound di Moroder trovano l’intesa perfetta.

Tempted (featuring Matthew Koma) 
Una parentesi briosa, tremendamente adatta per l’estate, con un groove energico che mette di buon umore e rende omaggio al lato più solare del disco/funk, tra handclaps e accordi tipicamente 70’s che vivacizzano il ritmo e mettono in risalto le orecchiabili melodie di Matthew Koma, seguendo alla lettera le istruzioni fornite dal revival attualmente in corso.

74 Is The New 24
Pubblicata lo scorso Novembre come primo teaser e originariamente scelta per prestare il proprio titolo all’intero progetto, questa strumentale non è altro che l’album edit del Giorgio’s Theme del 2014, ma anche il motto scelto da Moroder per imprimere su media e social network le orme del suo ritorno.
Più che un brano, 74 Is The New 24 è un dipinto retrofuturistico in cui Giorgio ostenta (e ricorda) al pubblico virtuosismi e maniere tipiche del suo repertorio: bassi e controbassi elettronici che man mano acquistano velocità, accenni di chitarra sparsi lungo la traccia e quella sublime, malinconica synth line che emula il suono di un organo e ha reso eterna Chase, tema portante del film Fuga Di Mezzanotte che valse al Maestro un premio Oscar nel 1978.

Tom’s Diner (featuring Britney Spears)
Ogni album che si rispetti contiene la sua gemma, quella che mai avresti immaginato di poter ascoltare; in Déjà Vu è astutamente incastonata in un connubio vincente: Giorgio Moroder e Britney Spears.
La scelta musicale è altrettanto inaspettata: è una cover del celebre brano di Suzanne Vega Tom’s Diner, un’acapella pubblicata nel 1987 e successivamente diventata capolavoro grazie all’onirica e ammaliante rielaborazione trip hop dei DNA, nel 1990.
L’idea di reinterpretare a proprio modo questo pezzo con il pionere della disco è stata caldeggiata da Britney in persona l’anno scorso, ragion per cui il management della superstar non ha esitato a contattare Moroder per discutere dettagli e direzione da intraprendere.
Leggermente diversa dalla prima demo, più organic disco, la versione inclusa in Déjà Vu è contraddistinta da una produzione electro/pop e da un BPM meno ritmato rispetto ai brani precedenti.
Una bassline dalle ipnotiche ondulazioni synth sostiene la melodia delle strofe, cullando delicatamente l’orecchio prima che il refrain sillabico e universalmente noto torni a conquistare l’attenzione, potenziato da un crescendo di violini e da un beat marciante, entrambi preludio di un superbo breakdown al quale la chitarra elettrica dona un ben accetto graffio rock.
La voce di Britney è modulata con il vocoder dall’inizio alla fine, un effetto voluto che accentua la nostalgia trasmessa dal pezzo unitamente all’ultima sorpresa: un bridge dal tono solenne (di cui l’originale della Vega è privo), scritto e cantato ad hoc da Giorgio, impeccabilmente consono al mood evocativo della cover.

Giorgio Moroder recensione
Giorgio Moroder. Photo credit: Anna Maria Zunino Noellert

Wildstar (featuring Foxes)
Una breve sequenza di archi introduce l’incantevole Wildstar cantata da Foxes, astro nascente del pop dalla cadenza british; un brano che, di primo acchito, suona come un elegante ibrido tra funk e disco music prodotto secondo la formula seguita per Déjà Vu, almeno fino a quando non subentra l’inciso e si palesa lui, l’emblema musicale che ha distinto per decadi il talento del Maestro, l’inequivocabile basso sintetico che gorgoglia piacevolmente in sottofondo, lasciandosi cavalcare dagli eufonici vocalizzi di Foxes, ai quali un coro di voci maschili si unisce nei ritornelli a seguire (rendendo il tutto ancora più glorioso), per poi dare spazio a un bridge semistrumentale, ricolmo di vocoder, in cui la bassline moroderiana ha la meglio sul mix e può finalmente riempire il pezzo del suo splendore sonico.
Degno di nota (in quanto udibile nella seconda strofa della canzone) anche l’arguto richiamo al synth che nel 1983 ha immortalato l’intro di What A Feeling, colonna sonora del film Flashdance, firmata da Giorgio e interpretata da Irene Cara.

Back And Forth (featuring Kelis)
La voce a metà strada tra morbidezza e raucedine di Kelis, suo marchio dagli esordi, non è estranea al mondo della dance. L’approccio con questo tipo di musica, che ha per lei segnato un momentaneo distacco dalle sonorità hip hop e R&B dei primi successi, risale all’estate del 2010, quando la star newyorkese pubblica l’album Flesh Tone e impersona una sorta di Donna Summer postmoderna: era dunque inevitabile che anche lei divenisse parte di Déjà Vu, cucendosi addosso un abito che le calza a pennello, nato durante una studio session in California con Moroder.
La produzione di Back And Forth non si discosta molto dal genere scelto per il disco: ad animare la traccia è un loop di 9 note riprodotte da un synth cristallino, sul quale la voce della Rogers si adagia, senza stridere, con tono esortativo e deciso; non mancano chitarra funky, elementi presi in prestito dall’electro/pop dei primi anni ’80 e battiti martellanti, oltre a un parsimonioso pizzico di autotune che non sminuisce la performance canora.

I Do This For You (featuring Marlene)   
La nuova leva ospitata in questo brano è Marlene, una ragazza svedese (sconosciuta ai più) che ha in realtà pubblicato I Do This For You lo scorso Ottobre 2014 per promuovere il suo EP di debutto Indian Summer, un EP che ha destato l’interesse di Moroder e dei suoi musicisti al punto tale da decidere di remixare il singolo per Déjà Vu e tramutarlo nella traccia più EDM del disco, la più lontana dal sound classico.
Reinventata in puro stile big stadium, la nuova versione sfoggia un intro à la Calvin Harris, una base incalzante e un ritornello decentralizzato che funge da preambolo al successivo (e più imponente) beatdrop, creando suspense e rallentando il tempo, in attesa della vera esplosione, con percussioni e campionamenti vocali di derivazione urban.

La Disco
Chiusura oltremodo adeguata per un album di questo tipo, La Disco è un cerchio che giunge a completezza riprendendo le sonorità del numero di apertura, è una produzione ariosa e crescente in cui il sintetizzatore emette con un velo di tristezza le sue ultime melodie, accompagnandosi alla voce robotizzata di Moroder che intona, in francese, un encomio al tempio delle luci stroboscopiche.

Decidere se questa raccolta di inediti sarà l’opus magnum di Giorgio Moroder dipenderà esclusivamente dalla critica e da coloro che lo aquisteranno, com’è giusto che sia, ma noi un paio di certezze le abbiamo a prescindere: Déjà Vu è un LP di qualità, sonicamente omogeneo, in cui motivi e ritornelli tornano ad essere valorizzati e ad occupare il nucleo della canzone, uno spazio che da tre anni a questa parte è monopolio dei breakdown strumentali cari ai DJ e ai circuiti dance; è un disco con cui Moroder rinnova il proprio status musicale e torna a servirsi dei semi che lui, per primo, ha piantato nel suolo della synth disco, stavolta adoperando le più aggiornate tecniche di coltivazione.
Per questo, oggi, esce sul mercato quella che per lui non è altro che una reminiscenza, qualcosa che ha già fatto e visto in passato (un Déjà Vu, appunto), all’indomani di una pausa durata tre decadi, durante la quale Giorgio è rimasto dietro le quinte ma sempre se stesso con umiltà, dote preziosissima che ancora permette alla sua Supernova di brillare per saggezza e inimitabile maestrìa.

Bow down, 

The Disco Godfather is back! 

 

Francesco Cappellano




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