Selah Sue

Selah Sue: «Quella notte in cui Whitney morì…»

Quattro anni fa l’Italia ha, distrattamente, conosciuto Selah Sue con Raggamuffin, vera e propria hit che ha portato l’album d’esordio a vendere più di un milione di copie in tutto il mondo. Ora la ragazza belga, che di nordico ha tutto meno la voce e l’anima (quelle sono votate al soul), è tornata il 31 marzo con un nuovo album intitolato Reason (Because Music/Warner Music). Questo secondo lavoro, a cui hanno messo mano i produttori Robin Hannibal (Little Dragon, Kendrick Lamar) e Ludwig Göransson (HAIM, Childish Gambino) consente all’artista di spaziare dall’electro-soul al trip hop e house beats. A PopSoap Selah Sue ha presentato Reason, tra ricordi di una Giamaica non esattamente da cartolina, la continua lotta con i propri demoni e un brano ispirato dalla morte di Whitney Houston.

Selah Sue nuovo album
Selah Sue, cover dell’album “Reason”

Reason è un disco molto ricco dal punto di vista stilistico. Come sei riuscita a far convivere mondi diversi tra di loro?
Inizialmente volevo concentrarmi su un solo tipo di sound, ma non mi è stato possibile perché amo l’hip hop, il jazz, il pop, il soul, l’electro. Sadness, ad esempio, è una traccia soul di vecchia scuola e quel suono sta bene su questo pezzo ma non su tutto l’album: ecco perché il disco è così eclettico, rispecchia il mio stile.

Che tipo di approccio hai utilizzato per affrontare la scrittura dei nuovi brani?
Io ho bisogno di tanti tipi di input: ho scritto qualche canzone da sola con la chitarra, come Always Home e I Won’t Go For More, ma ho anche lavorato con i miei musicisti per una settimana di jam session e sono nate Daddy, Stand Back, Gotta Make It Last. Infine ho collaborato con produttori di Paesi diversi: mi hanno fatto ascoltare dei beat e ho iniziato a cantarci sopra. Trovo molto stimolante lavorare in questo modo.

L’album infatti è stato registrato tra il Belgio, Londra, la Giamaica e Los Angeles. Tutti questi posti hanno in qualche modo influenzato i brani stessi?
Sì, per esempio Sadness è stata scritta in Giamaica, isola in cui – contrariamente a quanto si potrebbe pensare – mi sono trovata male. Ero in un posto orrendo, intorno a me c’era gente che cercava cibo nella spazzatura, mi sono sentita molto triste e ho scritto questo pezzo. Però devo dire che andare fuori dalla propria terra e trovare posti che ti mettono sotto pressione è utile per la scrittura: quando sono a casa, nella mia comfort zone, posso diventare molto pigra e non combinare nulla.

Rispetto al tuo precedente lavoro c’è anche molta più musica elettronica. Come mai hai deciso di avventurarti in questo territorio?
È difficile spiegare perché, è più una questione di evoluzione. Se per il primo disco ho ascoltato molto hip hop e reggae e sono usciti pezzi come Raggamuffin e Peace Of Mind, nell’ultimo anno ho ascoltato più musica elettronica e jazz, e penso di avere assorbito tutti questi stili.

A tal proposito hai anche collaborato con Childish Gambino per Together…
È un ragazzo così carino! Per me la cosa fondamentale è avere innanzitutto un feeling a livello umano. In giro c’è dell’hip hop molto gangsta e non era quello che volevo, ma lui è un artista davvero originale e amo la sua voce, quindi l’ho chiamato, ci siamo incontrati a Los Angeles e in un paio di ore abbiamo completato il pezzo.

Alone invece è stata scritta la notte in cui Whitney Houston è morta. Com’è nata questa canzone?
La sua scomparsa mi ha toccato molto, magari non come quella di Amy Winehouse che sentivo più vicina a me per età e genere musicale, ma ho immaginato questa persona da sola, instabile e con i riflettori puntati addosso. Tutto ciò mi ha fatto riflettere e scrivere un pezzo che inizialmente era molto malinconico e triste. In seguito è stato arrangiato in chiave funk perché non volevo solo lenti nel mio disco. Per me è stata una grande sfida scrivere una uptempo credibile e penso di esserci riuscita.

Cercando di parafrasare il titolo dell’album, la musica è la tua ragione per superare i momenti difficili?
Sicuramente gli alti e i bassi della vita mi danno sempre ispirazione per scrivere e cantare. Parlo molto dell’auto-accettazione perché penso si possa essere felici solo imparando ad amare prima se stessi. Con questo non voglio dire che la musica ti faccia uscire dalla depressione, perché quando sei davvero depresso non scrivi nemmeno, almeno per me è così.

I testi del primo album erano molto incentrati sull’‘io’, nei nuovi brani invece c’è spesso un ‘noi’: che cosa è cambiato?
Ho scritto il primo disco nella fase della pubertà e non ero pronta ad amare nessuno perché ero impegnata a cercare di accettare me stessa, per questo motivo l’album era incentrato su di me. Nel nuovo lavoro ci torno su – perché il successo non migliora le cose – ma nel frattempo ho scoperto l’amore per qualcun altro.

Quattro anni fa dedicasti un brano a tua madre, Mommy, ora una canzone (Daddy, ndr) è per tuo padre. Quanto conta per te la famiglia?
Mia mamma è la mia mentore da un punto di vista emotivo, specie in passato è stata il mio più grande aiuto, mio padre invece lo è da quello professionale. È un mio grande fan e mi sprona molto. Entrambi si meritano queste canzoni.

Quindi al termine di Daddy la voce che sentiamo è la sua?
Sì e penso sia uno dei momenti più belli del disco. Ogni volta che torno a casa dopo un tour mi accoglie in un modo particolare, così senza che lui lo sapesse l’ho registrato e l’ho inserito nell’album (a questo punto lo imita replicandone il tono di voce: “Oh ecco la mia bambina, sono così fiero di te, come stai?”, ndr).

In Belgio sei molto famosa e apprezzata. Come vivi questa popolarità?
Molti sono fieri di me perché non sono tanti gli artisti che riescono ad uscire dai propri confini, ma i Belgi hanno i piedi per terra quindi non fanno scenate quando mi vedono. Non sono abituati a mettere le persone su un piedistallo. Insomma riesco a camminare tranquillamente per strada.

Selah Sue sarà in concerto mercoledì 29 aprile al Tunnel Cub di Milano per l’unica data italiana del suo tour.

 

Photo Credit: Alexander Brown

Emanuele Corbo




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