The Sweet Life Society: «Dopo Glastonbury, conquistiamo l’Italia a ritmo di swing»

Swing Circus cover

Martedì 15 luglio è uscito Swing Circus (Warner Music), album d’esordio degli The Sweet Life Society che prende il nome dal loro show, la prima serata electroswing in Italia. I piemontesi Gabriele Concas e Matteo Marini, reduci da un’entusiasmante tournée in USA e Canada lo scorso maggio e tra le band italiane invitate al prestigioso festival inglese di Glastonbury di fine giugno, sono i pionieri dell’italica scena electroswing e hanno lanciato nel nostro Paese la moda della musica vintage con una miscela di sonorità elettroniche e lo swing degli anni Venti e Trenta. A PopSoap hanno presentato, in una lunga chiacchierata, il disco e ci hanno spiegato perché si definiscono una factory più che una band.

Da dov’è nata l’idea di mischiare lo swing con l’elettronica?
Matteo: È la cultura del remix che esiste dagli anni ’80, da quando nella scena hip hop americana personaggi come Grandmaster Flash hanno iniziato a creare canzoni campionando dischi diversi. Nel momento in cui siamo entrati in contatto con questa possibilità ci siamo stupiti di quello che si poteva fare e dei mondi che si aprivano, così siamo andati avanti nella ricerca.

Avete fatto un percorso inverso: prima un buon riscontro all’estero e poi siete tornati in Italia, come mai questa scelta?
Gabriele: Il progetto The Sweet Life Society è nato in modo abbastanza spontaneo, abbiamo iniziato a produrre e a suonare all’estero perché le prime pubblicazioni arrivavano da lì. La prima produzione importante (Dibilidong, ndr) è stata realizzata per l’etichetta francese Wagram e inserita nella compilation Electroswing Vol.3 che ci ha reso visibili nel circuito di questo genere musicale, molto più forte in Nord Europa che in Italia, ed è per questo che ci esibivamo all’estero. Poi abbiamo pensato che l’electroswing fosse un linguaggio popolare che si potesse declinare anche sul mercato italiano, vista la grande tradizione che c’è nel nostro Paese: dal Trio Lescano al Quartetto Cetra, da Fred Buscaglione a Paolo Conte. Partendo da feedback molto positivi fuori dai confini italiani, ora stiamo lavorando qui tenendo conto delle caratteristiche del mercato nostrano, molto diverse da quelle dell’estero.

Ovvero?
G: Da un punto di vista live la grossa differenza è che negli altri Paesi la musica non viene percepita in termini di personaggio: all’estero non si attiva la dinamica per cui esco sul palco e la gente urla, ma le persone si muovono se la mia musica piace. In Italia le cose sono molto differenti, noi lo sappiamo però amiamo confrontarci sia sui palchi inglesi che su quelli italiani.

Perché il disco si apre con il discorso finale di Charlie Chaplin nel film Il grande dittatore?
G: Perché bisogna dire qualcosa (ride mentre armeggia con la sua sigaretta, ndr). Essendo noi produttori non possiamo fare i cantautori di turno che si propongono al pubblico spiegando la propria visione del mondo attraverso le canzoni. Allo stesso tempo però vogliamo trasmettere un contenuto, perché non deve esserci solo la forma. Amiamo la musica vintage, ma anche il cinema di quegli anni e troviamo che quel discorso sia molto attuale.
M: Non solo è l’incipit del disco, ma anche del live. Quando suoniamo all’estero lo proponiamo in inglese, però montato nella stessa maniera.

Il singolo Prima di ogni prima esprime il vostro amore per lo swing, da voi definito “musica pura priva di dietrologie”. Anche voi fate musica in modo puro e spontaneo?
M: Assolutamente sì, e il nome stesso The Sweet Life Society è una dichiarazione di intenti. Ciò che più ci ha colpito della musica vintage è una inspiegabile particolarità data da due caratteristiche: una società molto più coesa perché non c’era l’isolamento dato dai nuovi strumenti di comunicazione, e una minore tecnologizzazione per cui i film e le registrazioni audio venivano realizzati con una verità che ora è venuta a mancare. Oggi disponiamo di un editing che offre grandi possibilità tecniche che una volta non c’erano, ma toglie una certa umanità. Il nostro percorso è partito da una domanda: “Come mai le cose vintage hanno questa essenza bellissima che non riusciamo neanche a descrivere?”. Così è iniziata una ricerca a ritroso di quella verità, che riguarda anche il modo in cui lavoriamo con i musicisti.

Come si svolge allora il vostro lavoro in studio?
M: Interagiamo con i musicisti lasciando libero spazio al sentimento e all’espressione delle persone che entrano in contatto con la nostra idea, perché inizialmente il brano è proprio un’idea che viene condivisa con gente con cui prima di tutto abbiamo rapporti umani.

Dopo tanto brio come mai il disco si chiude con uno standard jazz di tutt’altro tono come St. James Infirmary?
M: Perché è una canzone che amiamo e volevamo assolutamente farne una versione nostra. In più la voce della cantante soul inglese Hannah Williams, nostra amica, ha impreziosito il tutto. L’album è di per sé un viaggio: all’inizio ti porta in un mondo immaginario, e il finale è la conclusione, in tutti i sensi, di questo percorso che rappresenta la vita. In questa traccia tutta la parte di fiati, contrabbasso, pianoforte e chitarra è stata registrata in presa diretta senza editing, proprio per recuperare quel senso di marching band e funeral band.

Il vostro progetto è un’operazione nostalgica della “dolce vita” o pensate sia un mondo che ha ancora qualcosa da dire?
G: La nostalgia è legata al mondo delle emozioni, a noi invece interessa l’attitudine, la modalità con cui veniva creata la musica e come la gente ne usufruiva. Vogliamo riportare in auge anche la parte contenutistica: il cinema, la grafica, la scena del neorealismo italiano. Naturalmente il nostro modo di offrire questi contenuti è più popolare che intellettuale, però ci teniamo a puntare i riflettori su tali mondi.

Avete dichiarato di sentirvi “i circensi dell’electroswing”. Che cosa significa?
M: Il circo fa parte del nostro immaginario perché 4 anni fa abbiamo creato Swing Circus, la prima serata electroswing in Italia. Il circo è uno spazio onirico e di libertà, dove si lascia spazio ai sogni e alla creatività, è un elemento che ci rappresenta molto.

Che cosa succede durante le serate Swing Circus?
G: Sono appuntamenti ibridi creati per costruire una rete che sia fonte di scambio tra noi e alcune realtà europee. Abbiamo portato produttori inglesi e francesi, c’è la partecipazione di scuole torinesi di lindy hop e di circo (“Flic” e “Vertigo”), acrobati e sputafuoco. Questo format nato 4 anni fa ha un buon riscontro, ci sono 1000 persone che quasi mensilmente accorrono, ed è uno dei binari paralleli della nostra attività, oltre ai live e alle altre forme in cui si sviluppa la factory The Sweet Life Society. Ci piace lavorare su diversi fronti: se facessimo sempre la stessa cosa ci annoieremmo a morte!

Gabriele Concas e Matteo Marini
Gabriele Concas e Matteo Marini

Emanuele Corbo




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