Rihanna new album

L’ Anti-album di Rihanna: recensione




L’attesa è stata una delle più snervanti, è durata quasi quattro anni, tra intoppi dovuti a divergenze di visione, buzz tracks pubblicate per testare le acque, centinaia di demo incise e rimandi a periodi più propizi, ma lo scorso 29 Gennaio, non appena l’innovativa piattaforma Tidal, fondata dal rapper Jay Z, lo ha reso disponibile, senza alcun preavviso, in streaming e in free download (complice un prolifero contratto/accordo con la Samsung), l’ottavo album di Rihanna è diventato una realtà. Una realtà tangibile ancora di più a partire da oggi, quando l’edizione fisica del CD raggiungerà, all’insegna del Global Release Day, gli scaffali dei negozi di tutto il mondo in versione stardard e deluxe.

Le cuffie con cui abbiamo ascoltato, per tutta la settimana, il nuovo opus discografico della Fenty, per quanto cuffie professionali da DJ, non sono quelle da 9 mila dollari sfoggiate di recente dalla star su Twitter, ma l’esito è stato ugualmente positivo, e queste sono le nostre impressioni a posteriori.

A  N  T  I

Tutto è racchiuso in un prefisso d’origine greca che la diva bajan ha scelto come titolo per il disco. ANTI è opposizione, ribellione, è un audace quanto consapevole ripudio, tradotto in musica, con cui Rihanna, nel ruolo di produttrice esecutiva e al pari di un’Artemide postmoderna, smette di dare la caccia alle hit più commerciali, lasciando alle ninfe lo status di regina della dance music, e prova a scuotere l’opinione pubblica in nome del mantra ´Sono molto più che semplice Pop´ e dell’evoluzione artistica.

Veniamo dunque al punto:

Consideration, la traccia d’apertura, delinea buona parte del concept attorno al quale l’album ruota: le percussioni distorte e la cadenza giamaicana con cui RiRi delizia/tormenta le orecchie degli ascoltatori dal 2010, unite a un basso che serpeggia sinuoso tra le strofe e tra le melodie cantilenanti di Solana Rowe (autrice del pezzo, meglio nota come SZA) sostengono il peso di un testo che lascia spazio a ben pochi dubbi: ´Ho bisogno di fare le cose a modo mio, caro / Me lo permetterai mai? Mi rispetterai mai? No / Dovresti solo lasciarmi fare le cose a modo mio / Perché non vuoi che io cresca?´.

A seguire, c’è il groove vellutato del primo dei due interludi di ANTI, James Joint, un break a base di droghe leggere, ormai sdoganate in ambito musicale per la gioia del Conservatorismo americano, che anticipa una delle prime gemme di cui ANTI può fregiarsi, Kiss It Better, modellata con zelo da Glass John, Teddy Sinclair (pseudonimo dietro il quale si cela Natalia Kills) e Jeff Bhasker, a immagine e somiglianza delle power ballads degli ultimi anni ’80. La voce della Bad Gal per antonomasia e gli accordi di una chitarra elettrica che rimanda, giocoforza, a Prince si uniscono armonicamente nel ritornello, seguendo le note di un’unica, soave melodia e contribuendo ad esaltare quell’atmosfera ariosa, da tramonto estivo, percepibile per tutta la durata della canzone. Su Work, primo singolo, abbiamo speso commenti più che esaustivi qui.

Desperado, prodotta dal non ancora noto come meriterebbe Mick Shultz e scritta nel giro di una notte dall’emergente Rook Monroe, ha un feel cupo e sinistro, ideale per una pellicola di Quentin Tarantino, e attinge la propria linfa dall’aspetto meno glitterato e modaiolo dell’hip hop, con il suo beat vibrante e le sue sonorità dark, esattamente come Woo (che vanta The Weeknd e Travi$ Scott nei crediti di scrittura) si serve della declinazione più algida, claustrofobica e industriale del trap/electro, mutuata da Yeezus e Kanye West, per dar voce alla gelosia e al rancore tramite il ritmo volutamente inceppato e claudicante dei suoi sintetizzatori.

Un evocativo campionamento vocale riprodotto a singhiozzi e il piacevole ronzìo di una bassline sintetica (entrambi serviti da DJ Mustard e colleghi) donano al ritornello della successiva Needed Me un alone di ammaliante sensualità mista a malinconia, percezioni decisamente contrastanti rispetto a un testo le cui strofe incarnano, più dell’inciso, la quintessenza dell’emancipazione femminile, suggellata da frasi al vetriolo nei riguardi di un amante part time usato a piacimento e sminuito nel modo più umiliante che esista (´Ma tesoro, non fraintendere / Eri solo l’ennesimo negro nella lista delle mie scopate / Mentre cercavi di lenire le tue pene interiori con una stronza´).

L’erotismo nudo e crudo, privo di metafore, viene invece esplorato in Yeah, I Said It, un’ode downtempo alla libido e al sesso senza complicazioni, firmata da un nome non più di spicco nell’attuale panorama mainstream, Timbaland. La base musicale, qui, conserva ben poco delle creazioni urban/pop risalenti all’età dell’oro del Mosley; non ci sono le percussioni aggressive e martellanti del 2007/2008, bensì un drum beat languido e minimale, che cade timidamente, accompagnato da un intreccio di tastiere dal suono baritono e sequenze piano che instaurano un vibe notturno sull’intera traccia, mentre una Rihanna dai toni caldi e voluttuosi guida la mente di chi ascolta nella penombra, tra le luci soffuse dell’intimità di una camera del piacere.

Ma la produzione di ANTI, in piena coerenza con il motto ´No radio hits / No club stompers´, dimostra di non disdegnare nemmeno l’underground, da qualunque angolo del pianeta esso provenga, e approccia così l’onirico fascino del pop/rock alternativo, imbevuto di elettronica psichedelica, con Same Ol’ Mistakes, un pezzo non esattamente inedito, pubblicato dalla band australiana Tame Impala a Luglio del 2015 e acquistato a Novembre dall’astuto (e avido) team della cantante non appena una copia dell’ultimo LP del gruppo, Currents, è approdata sulla scrivania di qualche esecutivo della Roc Nation e ha carpito l’attenzione della Fenty. La versione di Rihanna, difatti, non è altro che una riproduzione pedissequa dell’originale, più che una cover nell’accezione comune del termine. La voce (che imita, non a caso, lo stile del leader Kevin Parker) echeggia da lontano, immersa nel mix della base. Le strofe, ipnotiche, seguono l’andamento del basso, scandite dai colpi di una batteria che ricorda, ironia della sorte, quella distintiva di Umbrella (2007), ma è nel momento in cui gli accenni di un banjo anticipano l’attacco del refrain che l’incanto uditivo ha modo di manifestarsi nella sua completezza.

Nell’album c’è anche spazio per una parentesi acustica, Never Ending, ballata dall’arrangiamento folkish che acquista man mano ritmo, senza mai esplodere, e svela un lato più vulnerabile della diva barbadiana: dopo tanto astio, linguaggio esplicito e impenitenza, Rihanna cede a un sentimento di amarezza, derivante dalla fine di una relazione, esternato attraverso il giro placido e costante di una melodia vocale che riprende in più punti quella di un verso (´and I can’t see at all´) tratto dalla celebre Thank You (1999) di Dido.

Le tendenze retrò del pop/soul anni ’60 e del blues illuminano, subito dopo, Love On The Brain, altro momento degno di nota di questo progetto, nel quale Rihanna mischia toni e registri vocali con una scioltezza mai avuta prima, alternando diaframma, ugola gracchiante e falsetti giocosi su di un pezzo, prodotto dal norvegese Fred Ball, che ostenta (finalmente) le credenziali di una canzone radio friendly e compete, per qualità e performance canora, con gli altrettanto memorabili successi della coppia Amy Winehouse/Mark Ronson. Higher è il secondo interludio: aiutata da tassi di alcol e nicotina elevati nel sangue (´Questo whiskey mi fa sentire attraente / Perdonami se sono sgarbata / Ho bisogno del tuo culo qui con me´) e da archi provenienti da quello che sembra un grammofono di vecchia generazione, la Fenty segue la scìa tracciata da Love On The Brain e tocca, un po’ a fatica, note ardue da lambire, in un crescendo che diventa più alto man mano che ci si avvicina all’inciso. Chiude infine la raccolta Close To You, un’altra ballad, stavolta arrangiata unicamente al pianoforte; una sorta di cugina di secondo grado di Stay, contenuta nel precedente LP Unapologetic, ma ugualmente delicata e nostalgica, ultimo messaggio di affetto e protezione rivolto a un amore ormai sfumato.

Benché sulla copertina di ANTI, realizzata dall’artista israeliano Roy Nachum, a primeggiare sia il rosso sangue, un ulteriore colore a cui ci viene naturale associare questo album, nel suo insieme, è quel verde acqua venato di blu notte che fa da sfondo alle immagini promozionali.

ANTI è così, violento e carezzevole, istintivo e razionale. Gioca con le antinomìe, come il titolo esige, e questo ci piace molto.

Secondo l’ultima proiezione resa nota da Billboard, eseguita esclusivamente sulla base delle vendite digitali, degli streams e dei CD che saranno acquistati, il disco debutterà alla #1 della classifica degli album negli Stati Uniti con un totale di circa 170 mila copie.

Tutto con un primo singolo pubblicato a sorpresa, ancora nessun video musicale in rotazione e, cosa più importante, alcun tipo di promozione da parte della diretta interessata e della sua compagnia discografica.

The R Factor

 

Francesco Cappellano




2 pensieri su “L’ Anti-album di Rihanna: recensione”

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